Alla scoperta delle ispirazioni di Laura Alunni — Un'intervista.
- Laura Alunni
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Nell'atelier di Perugia, questa intervista a Laura Alunni svela con rara chiarezza le forze che hanno plasmato la sua ricerca artistica. Ciò che emerge non è una biografia di successi, ma qualcosa di più onesto: il ritratto di un'artista che ha imparato a fidarsi del collasso.
Alla domanda su come una formazione classica rigorosa possa coesistere con opere che "fanno accadere il caos", Laura risponde in modo da ribaltare completamente la domanda:
"Non stanno insieme — si nutrono."
Descrive come, negli anni Ottanta a Perugia, fosse convinta di dover scegliere tra controllo tecnico e libertà espressiva. Ci sono voluti anni per capire che stava facendo la domanda sbagliata. Come un musicista che improvvisa a partire dalla padronanza dello strumento — non dall'ignoranza di esso — la sua formazione classica non è mai stata il contrario del suo lavoro attuale. "Forse è la condizione che lo rende possibile."
Tra il 2021 e il 2024, Laura ha smesso di esporre. Non per paura o blocco creativo, precisa, ma per qualcosa di più preciso: una distanza crescente tra quello che sapeva fare e quello che sentiva. Invece di continuare a produrre lavoro "tecnicamente corretto ma internamente morto", si è fermata.
Quello che è accaduto in studio in quegli anni è diventato il fondamento di tutto ciò che è seguito. I materiali che collassavano sulla tela, gli ossidanti che andavano dove non voleva mandarli, reazioni che non aveva previsto — quello che leggeva come fallimento si è rivelato essere la direzione che cercava da anni, "senza saperlo nominare".
"Entropy non è nata da un'intuizione felice una mattina in studio. È nata da tre anni di resistenza e cedimento alternati."
È allora che ha incontrato — come concetto, prima ancora che come parola — il secondo principio della termodinamica: tutto tende naturalmente al disordine, niente conserva la forma che aveva. "Non voglio rappresentarlo. Lo voglio usare."
La scelta dei materiali — ossidanti, cera, tessuti consumati — non è estetica. Li ha scelti perché la obbligano a cedere il controllo: "Sto avviando un processo che poi non posso più fermare né correggere." Come un coreografo che stabilisce le condizioni iniziali di una danza, e poi la danza fa quello che vuole.
Le sue opere non hanno cornice, deliberatamente. "Una cornice dichiara che il processo è terminato. Il mio non termina — l'entropia non si ferma, e nemmeno le mie superfici."
Alla domanda su cosa quarant'anni di pratica abbiano rivelato, la risposta è disarmante nella sua onestà: "Che la domanda tiene." Nessuna risposta definitiva — solo quarant'anni di tentativi e collassi, e la certezza rassicurante che la domanda sia ancora lì, intatta.
Per guardare l'intervista completa, segui il link: https://www.youtube.com/watch?v=tipzcKsPWlI&t=4s


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